Sulla morte di mio padre

Giuseppe Fassino

Indice

Io e mio padre

Credevo che mio padre, fosse immortale o, per lo meno, non ho mai contemplato la sua assenza nella mia vita.

Non avevamo un rapporto “baci e abbracci e mille effusioni”. Eravamo così noi. Riservati nei sentimenti e nei sentimentalismi.

Però ci amavamo e ci stimavamo a vicenda.

Lui era un uomo che faceva cose nella vita. Faceva cose e frequentava gente. Aveva un’idea e la proclamava a gran voce cercando di convincere tutti e tutto. Il classico Don Chisciotte contro i mulini a vento, pur di andare avanti per realizzare i suoi progetti.

Non intendo dilungarmi su ciò che lui fosse per il mondo (si può leggere leggere qui).

Oggi vorrei parlarvi di ciò che lui fosse (ed è) per me, tutto quello che non ho mai detto a lui, alla mia famiglia e alle persone che ci conoscevano.

Io, per il mio essere insicura, ansiosa, timida e riservata, non volevo vivere nella sua ombra. Lui era tutto quello che io non ero. Estroverso, sempre con una macchina fotografica al collo e con un microfono in mano per testimoniare e raccontare il mondo e ciò che del mondo gli interessava far emergere. Conosceva molte persone e dedicava la sua vita a promuovere il territorio che amava, cercando di contagiare con il suo entusiasmo chiunque incontrasse sulla sua strada.

Io, dal canto mio, sono la minore di tre fratelli: timida, insicura, praticamente invisibile al mondo.

Quando gli raccontavo di dover andare in qualche posto in particolare, lui, come sempre, mi diceva: “digli che sei mia figlia”, (conosceva tutti, ovunque andassi, dai gestori dei ristoranti più in voga, agli organizzatori dei concerti dei Nomadi che seguivo ed amavo, ai responsabili di alberghi sperduti in giro per il mondo).

Io volevo essere me stessa e, per quanto lo amassi e lo stimassi, facevo di tutto fuorché nominarlo.

Non volevo essere conosciuta e stimata per i meriti di qualcun altro. Me lo ripetevo sempre. Volevo camminare da sola. E non volevo essere parte integrante di quella famiglia che sembrava essere troppo in gamba per me. Per me che mi sentivo diversa, come se nel mio essere ci fosse qualcosa di sbagliato.

Non parlavamo tanto, ma ho sempre pensato che lui e la mamma fossero… giusti, equilibrati nelle loro diversità.  Sapevano sempre tutto l’uno dell’altra e di noi figli.

Questo era mio padre quando era vivo.

La vita, inaspettatamente, cambia

Quando si è ammalato, o per lo meno, ha “rallentato” i suoi ritmi (per rallentato intendo che aveva abbandonato le sue iniziative, il suo lavoro a cui aveva dedicato la vita intera) lo vedevo inerme e soffrivo. Soffrivo perché non era il solito uomo che avevo conosciuto. Lui, in questo rallentamento, non c’era più.

Era sempre in viaggio e, spesso io con cui lui, nonostante lui trascorresse tutto il suo tempo libero al lavoro. Per stargli accanto, dovevo seguirlo io, quando potevo, quando me lo permetteva. In tal modo lo accompagnavo nei suoi viaggi. E vedevo il mondo attraverso i suoi occhi (tramite gli aneddoti che raccontava sui pullman durante le trasferte di viaggio) e i miei occhi (meravigliata ed emozionata sempre davanti a spettacoli pazzeschi come le piramidi d’Egitto, la muraglia cinese, i facoceri in kenya). Lui era con me, anche se accompagnava gruppi di clienti… noiosi. Io stavo in disparte. Lo osservavo e ammiravo il suo lavoro. Cercando sempre di non disturbare. Un accessorio, un soprammobile. Di quelli carini, piacevoli alla vista che si ama esporre e che non sono ingombranti, fastidiosi. Al massimo, una spolverata ogni tanto.

Ho sofferto molto quando ha smesso di essere com’era, come lo ricordavo, nonostante le critiche delle sue idee talvolta folli, talvolta insensate.

Nonostante non fosse più l’uomo di un tempo, la sua morte non era contemplata nella mia testa.

Lui c’era ed era felice quando la famiglia si riuniva durante le feste. Ci raccontava di sogni pazzeschi in cui continuava a viaggiare, a scoprire e ad amare il mondo. Nel solito modo in cui era sempre stato.

Io lo stimavo perché, nella mia immaginazione, lui aveva costruito un impero dal niente. Era diventato chi sognava di diventare. Era l’uomo che avrei voluto essere io se fossi stata uomo. Non si fermava di fronte ai problemi. Mai. E, spesso gli dicevo (quando lavoravo con lui in ufficio) che ad ogni problema c’era una soluzione (perché questo mi aveva insegnato) eccetto che per la morte.

La vita, inaspettatamente, finisce

In tempo di Covid, lui non era mai uscito da casa, durante il lockdown e oltre, perché – come diceva mia madre – loro dovevano preservarsi. Perché loro sono i cosiddetti soggetti a rischio. Non usciva da marzo 2020. Eppure, caduto in casa, senza fare praticamente nulla, è stato trasferito in ospedale con un femore rotto e più di un tampone con esito negativo. Morto di Covid-19. Il mostro nero e grande che si è mangiato tutto. Non serve sapere il come, il perché, il modo in cui si sia contagiato, in cui la pandemia lo abbia attaccato. Non serve, almeno non a me. Non ora.  

Sicuramente non soffre più e io non soffro più vedendolo a casa sua, fragile e stanco. Quella fragilità che non gli apparteneva. A volte, però mi domando se forse avrei potuto, dovuto, voluto, stargli più vicina. Dirgli che per me era un esempio. Dirgli che gli somigliavo più di quanto immaginassi. A volte… si, me lo domando! Non solo a volte.

Sono stata fortunata ad aver scoperto il mondo grazie a lui.  

Sono fortunata, ancora oggi, ad aver scoperto il mondo grazie a lui.

Lascia un commento

Condividi sui social:

Please share this

Su di me

Non mi ricordo com’è cominciato.  A volte, soprattutto negli ultimi anni, mi sono chiesta quale fosse stata la prima volta.  La prima volta che ho provato le vertigini e che ho avuto paura di cadere. 

Potrebbero interessarti anche:

giornata salute mentale

Giornata mondiale della salute mentale

Domenica 10 ottobre si celebra la giornata mondiale della salute mentale per sottolineare l’importanza di contrastare i numerosi pregiudizi verso chi soffre di disturbi mentali. 

come gestire gli attacchi d'ansia

Come tenere l’ansia sotto controllo

Difficile, difficilissimo! Ci sono alcuni stratagemmi che ho imparato a sfruttare nel tempo (e non sempre funzionano) , ma che vanno bene per me e per la mia ansia!

Ansia nella storia

L’ansia nella storia

Per spiegare meglio alcuni aspetti del fenomeno ansiogeno abbiamo intervistato la psicologa Ludovica Fiorino. Leggi l’intervista!

Gli argomenti del blog